Aprile 21, 2008

Il documento approvato a maggioranza al CPN

La sconfitta elettorale che abbiamo subito nelle elezioni
del 13 e 14 aprile ha dimensioni storiche. Per la prima
volta nell’Italia repubblicana la sinistra non è
rappresentata in Parlamento. Tutto questo mentre la destra
populista di Berlusconi vince con grande consenso popolare e
al suo interno una forza xenofoba come la Lega raddoppia i
suoi consensi cambiando ulteriormente il panorama politico
del nord Italia.
Le cause della nostra sconfitta vanno indagate a fondo
perché riguardano l’essenziale, cioè il nostro
rapporto con la società, con i mutamenti sociali di fondo.
Non si esce dalla situazione in cui siamo senza un
approfondito lavoro di inchiesta, di lettura partecipata
delle dinamiche sociali. Questo lavoro dovrà
caratterizzare il nostro impegno politico nella prossima
fase. Riteniamo infatti che il punto centrale che ha pesato
sul negativo risultato elettorale è il fatto che nel
concreto contesto politico, istituzionale e sociale, non è
stata riconosciuto l’utilità sociale della sinistra.
E’ quindi sulla nostra utilità sociale, sul ruolo che la
sinistra ha nella società che occorre riflettere e
proporre per rientrare in gioco.

Nell’immediato non si può non vedere come abbia pesato
negativamente la nostra incapacità di utilizzare la
presenza in maggioranza e la partecipazione al governo per
dare una risposta ai principali problemi sociali del paese.
La risicata vittoria del 2006 non chiedeva solo, per avere
un senso, la sconfitta di Berlusconi, ma anche la sconfitta
delle politiche berlusconiane. Il governo e la maggioranza
nel loro operare concreto non hanno risposto a questa
esigenza e si sono al contrario piegati alle esigenze dei
poteri forti su tutte le principali questioni sociali:
redistribuzione del reddito, lotta alla precarietà,
tassazione delle rendite, laicità dello stato per non fare
che alcuni esempi. La nostra azione politica si è mostrata
inefficace e in questo contesto è maturata la non
percezione dell’utilità sociale della sinistra. Si è
così consumata una crisi, la cui profondità non abbiamo
saputo vedere, del nostro rapporto con il paese reale e in
particolare con i movimenti e con le lotte. L’utilità
dell’esperienza di governo come possibilità per
invertire le politiche degli ultimi quindici anni si è
rivelata, alla luce dei fatti, impossibile da realizzare e
la nostra permanenza nel governo si è trasformata in un
problema sia per noi che per i movimenti.
A questo si è sommato il sistema elettorale bipolare e la
campagna mediatica sul voto utile portata avanti non solo
dai PD e PdL ma dal complesso dei mezzi di comunicazione di
massa. Le elezioni sono state cioè un punto di passaggio
per la costruzione di quel bipolarismo tra simili che è
l’obiettivo delle classi dominanti di questo paese da
almeno un quindicennio. Rendere le istituzioni impermeabili
al conflitto sociale e rendere la politica uno strumento
inservibile per l’emancipazione degli strati subalterni
è l’obiettivo di questo bipolarismo che ha agito
pesantemente nella campagna elettorale.
E’ evidente inoltre che il modo in cui ci siamo presentati
alle elezioni non ha funzionato. Di questo mancato
funzionamento si danno letture tra di loro diverse e persino
diametralmente opposte, ma il punto politico fondamentale
è che comunque l’operazione è fallita, e che agli
occhi di tutti è risultata una operazione politicista che
non ha intercettato la crisi sociale.
Il complesso di questi elementi, l’incapacità a
trasmettere l’utilità sociale di una nostra
affermazione, ha fatto si che noi abbiamo perso voti in
tutte le direzioni: verso il non voto da parte di chi pensa
che “siete tutti uguali”.
Verso il PD da parte di chi, pur condividendo i nostri
contenuti, ha ritenuto quello un voto più utile per
battere Berlusconi.
Addirittura verso la Lega da parte di ceti proletari che
sentendosi non difesi dalla sinistra hanno pensato che visto
che non si riescono a cambiare con un’azione generale le
cose più importanti, almeno si migliorano le cose “a
casa propria”.

Ripartire dal sociale
Questa sconfitta storica non è avvenuta in una fase di
stabilizzazione economica e sociale. Noi non siamo dentro un
ciclo di crescita economica che riduce le contraddizioni
sociali. Al contrario siamo in una fase di crisi, con una
insicurezza sociale e personale che sfiora l’angoscia. In
quel sentirsi soli di fronte al pericolo è stato sconfitto
il nostro progetto e la destra ha vinto le elezioni.
Il punto è però che queste contraddizioni nella prossima
fase sono destinate ad aumentare. Problemi di salario,
precarietà, casa, ristrutturazione mercantile del welfare,
aggressione del territorio e sua militarizzazione, sono
destinati ad aumentare. Il nodo è se di fronte a questo
inasprirsi della crisi sociale sarà la destra populista a
farla da padrona con la proposta della guerra tra i poveri e
la costruzione di capri espiatori, oppure se saremo in grado
di ricostruire forme di solidarietà, di conflitto, di
movimento, capaci di ricostruire una identità e una
utilità sociale della sinistra.
A partire da questo punto di fondo occorre definire
attraverso quali strumenti si riorganizza il campo politico
della sinistra. E’ infatti evidente che il rischio che
stiamo correndo è che, dopo la sconfitta nella società,
ci sia la disgregazione del tessuto militante e l’
evaporazione della sinistra politica in una babele di
linguaggi e di proposte.
Il punto non è quindi l’accelerazione non si sa bene
vero che cosa, ma la definizione di percorsi concreti, che
ridiano un senso di appartenenza ad una comunità e che
siano efficaci socialmente.
1 - In primo luogo occorre rilanciare il PRC come corpo
collettivo. Il tema della rifondazione comunista non sta
dietro di noi ma dinnanzi a noi nella sua dimensione di
progetto politico, culturale, sociale e nella sua dimensione
comunitaria. Riattivare il Partito della Rifondazione
Comunista come progetto politico necessario alla sinistra in
Italia per l’oggi e per il domani è un punto decisivo da
cui non si può prescindere, in tutti i suoi aspetti, dal
tesseramento all’iniziativa sociale, politica e culturale.
Riattivare il Partito della Rifondazione Comunista dando
certezze alle donne e agli uomini che hanno scelto di
appartenere a questa comunità e dunque sgombrando il campo
dalle ipotesi di dissolvenza e superamento, che hanno
connotato la fase che abbiamo alle spalle, si sono
esplicitate durante la campagna elettorale, contribuendo al
disorientamento e alla demotivazione.
Riattivare Rifondazione Comunista, riaffermando un’etica
della politica, nella coerenza tra ciò che si enuncia e
ciò che si pratica come nel quotidiano esercizio e
rafforzamento della democrazia interna, rilanciando il
percorso di Carrara. Riattivare il conflitto di genere
dentro il partito, perché diventi realmente un soggetto
sessuato in cui le donne non siano né fiori
all’occhiello, né quote. Un partito che assuma il
femminismo come punto di vista da cui rileggere il mondo e
si faccia attraversare quotidianamente dalla critica delle
donne alla politica. Occorre sapere con precisione che il
PRC è strumento indispensabile ma non sufficiente per la
ricostruzione di una ampia sinistra anticapitalista in
questo paese. Indispensabile e non sufficiente: i due
termini non delineano uno spazio geometrico ma una cultura
politica da cui siano banditi tanto il settarismo quanto il
liquidazionismo.
2 - Contemporaneamente occorre porsi il compito di
riaggregare il campo della sinistra. La domanda di unità
che è emersa nel corso della campagna elettorale e che
emerge oggi va raccolta perché è una grande risorsa per
uscire dalla sconfitta. Il PRC è indispensabile ma non
sufficiente, sia perché la sinistra politica è più
ampia dei soli comunisti, sia perché le forme concrete di
impegno a sinistra vanno ben oltre quelle codificate
dall’appartenenza ad un partito. Movimenti, comitati,
collettivi, associazioni, militanza sindacale, vertenze
territoriali ed ambientali: mille sono i modi in cui si fa
politica oggi a sinistra. Pensiamo solo a cos’è il No
Dal Molin a Vicenza o il No TAV in Val di Susa.
Aggregare quindi il campo della sinistra a partire dalla
valorizzazione di ciò che, a tutti i livelli, esiste e
delle esperienze innovative che in questi anni ci sono
state: basti pensare alla Sinistra Europea che proprio su
questa idea è nata e ha fatto i suoi primi passi in questi
anni.
Ripartire dalla costruzione di spazi comuni della sinistra,
di forme concrete di lavoro di inchiesta, di lavoro politico
sociale e culturale sul territorio per costruire un
percorso, non fagocitato da scadenze elettorali, che punti
alla costruzione. dell’unità possibile di tutte le forze
disponibili sulla base di contenuti, obiettivi, pratiche
realmente condivisi. Un percorso unitario rivolto a tutti
coloro che hanno sostenuto la Sinistra Arcobaleno e non
solo. Un processo di aggregazione unitario che eviti la
spaccatura tra chi propone la costituente della sinistra e
chi propone la costituente comunista. Sono due proposte che
frammenterebbero ulteriormente la sinistra, avrebbero
effetti disgregatori nello stesso corpo di Rifondazione, il
cui progetto politico è per noi prioritario rilanciare,
dividerebbero la nostra gente sulla base di riferimenti
ideologici privi di una consistente base politica. Due
proposte che non affrontano il nodo principale: come
ricostruire l’utilità sociale della sinistra.
Occorre partire subito con un percorso di riaggregazione, le
cui forme e modalità saranno riconsegnate alla libera
discussione di tutte e di tutti nel percorso congressuale,
che non commetta gli errori di politicismo e di verticismo
che abbiamo avuto nella fase precedente. La sinistra può
nascere solo come strumento di partecipazione, solo se le
sue organizzazioni sono guidate dai principi democratici e
dalla trasparenza, senza il predominio degli apparati, con
le loro logiche di cooptazione. Per questo indichiamo la
costruzione di una discussione, sia interna al partito che
coinvolgente tutta l’area della sinistra arcobaleno, come
priorità politica delle prossime settimane. Occorre
riprendere la discussione.
Indichiamo parimenti la partecipazione a tutte le
manifestazioni del 25 aprile e del 1° maggio presenti sul
territorio con u messaggio chiaro:
La destra populista cresce sui bassi salari, sulla
precarietà, sulla mancanza di case e di servizi.
Costruiamo l’opposizione sociale al governo Berlusconi.

Febbraio 5, 2008

Odg del CPR Emilia Romagna. I perché della crisi e le ragioni della rifondazione comunista

di Cristiano Benetti, Irene Bregola, Filippo Carraro, Ludovico Cutaia, Gianfranco Fontanili, Biagio Giovannini, Paolo Gambuti, Cesare Mangianti, Simone Oggionni, Marco Pondrelli, Elisa Violante, Tonino Zanni *

su redazione del 02/02/2008

La caduta del governo Prodi non poggia su elementi di natura episodica. Non è, a nostro avviso, la semplice conseguenza delle vicende giudiziarie che hanno visti coinvolti i vertici, non solo campani, dell’Udeur.
La crisi e la caduta del governo Prodi hanno radice nel quadro di instabilità politica delineato dalla nascita del Partito democratico. Il Pd, lungi dall’assicurare stabilità e omogeneità alla coalizione di centrosinistra, si è rivelato il più profondo fattore di destabilizzazione dell’Unione: in sé (virando al centro - con la sua stessa nascita - l’asse politico di una coalizione che non era nata con tale prospettiva) e nella propria azione quotidiana. La gestione del confronto sulla legge elettorale è stata, da questo punto di vista, paradigmatica ed esiziale. Il Pd, invece di cercare un’intesa tra tutte le forze del centro-sinistra a partire da una bozza condivisa, ha avviato un confronto con Berlusconi e ha subordinato ad un accordo con il leader della Cdl (anche quando il venir meno dell’appoggio dell’Udeur rendeva evidente il venir meno della maggioranza politica al Senato) qualsiasi tentativo di confronto all’interno dell’Unione. Questo atteggiamento avventuristico ha provocato la caduta del governo Prodi.
Ad incidere sulla tenuta della coalizione non sono state però soltanto le manovre sulla legge elettorale. Ha agito, a monte, anche la sempre più profonda distanza, sul piano programmatico, tra le ragioni dei moderati e quelle della sinistra alternativa.
Su questo il nostro partito farebbe bene a riflettere. Soprattutto se consideriamo che su questo governo, sulla sua permeabilità alle istanze dei movimenti e sulla discontinuità con le politiche liberiste degli anni Novanta, il congresso di Venezia aveva investito molto, in termini di speranze e di credibilità dell’intero gruppo dirigente.
Il fallimento di quell’investimento, e quindi del cuore di quella proposta politica, è plasticamente rappresentato dalla affermazione che campeggiava sui nostri manifesti elettorali: “vuoi vedere che l’Italia cambia davvero”. Dopo venti mesi quella affermazione ha ricevuto una smentita che non ammette, purtroppo, replica. Sarebbe stato necessario, piuttosto, vincolare la nostra presenza al governo e nell’Unione all’accoglimento di alcuni punti programmatici qualificanti.
Il programma e i contenuti, allora come oggi, devono essere al centro delle nostre scelte politiche.
Per questo crediamo che sarebbe un grave errore appoggiare un governo (come si configura, nelle intenzioni, quello guidato da Franco Marini) allargato ad alcuni settori del centrodestra. Qualsiasi governo istituzionale e di transizione non potrebbe che fare peggio del governo Prodi e la nostra corresponsabilità provocherebbe un danno ulteriore nel rapporto con il nostro elettorato. Non vi è alcuna garanzia, infatti, che un governo di questo tipo si astenga dall’intervenire sulle scelte politiche ordinarie. Ma se anche così fosse (e se cioè si riuscissero a superare indenni - solo per fare qualche esempio - i rifinanziamenti delle missioni militari, la legge Finanziaria e il documento di programmazione economica), non è affatto detto che si riuscirebbe a dar luogo ad una riforma elettorale proporzionale, eventualmente sul modello tedesco. Ammesso che il Pd lo accettasse, posto che una parte dell’Unione non lo vuole e le forze della Cdl che lo vogliono non sono disposte a rompere con Berlusconi pur di votarlo, i numeri in Parlamento - ugualmente - non ci sarebbero.
Queste variabili inducono a pensare che, a breve, saranno sciolte le Camere e avrà inizio la campagna elettorale.
Il combinato disposto di due eventi oggettivi (la volontà del Pd di presentarsi da solo e una legge elettorale come quella attuale che, per le forze non coalizzate, prevede una soglia di sbarramento del 4% alla Camera e dell’8% al Senato) ci impone una scelta obbligata: il Prc e le altre forze della sinistra se vogliono mantenere una rappresentanza parlamentare devono - con questa legge elettorale - costruire una lista unitaria.
Noi lo auspichiamo, proponendo tre condizioni.
Dovrà essere realmente unitaria (vedere cioè il concorso di tutte e quattro le forze della sinistra); dovrà essere connessa ad un programma avanzato (a cui il nostro partito dovrà assicurare il proprio essenziale contributo); dovrà contenere - nel simbolo comune - anche i quattro simboli delle distinte forze politiche, in maniera tale da esplicitare il carattere elettorale e confederativo dell’impresa e non una volontà surrettizia di avviare, attraverso la lista unitaria, la costituzione di un nuovo partito della sinistra.
Riterremmo una tale ipotesi, non funzionale nemmeno alla costruzione di un vero processo unitario a sinistra, sbagliata. Le ragioni della rifondazione comunista (e cioè di un partito comunista con basi di massa, perno del conflitto sociale e protagonista di una prospettiva di radicale trasformazione della società capitalistica) non sono affatto esaurite, né per l’oggi né per il domani.

* comitato politico regionale PRC emilia romagna

Gennaio 23, 2008

Interrogazione a risposta scritta Al ministro dell’interno sulle aggressioni da parte dell’estrema destra

Interrogazione a risposta scritta
Al ministro dell’interno

Premesso che
- Il 20 gennaio intorno alle ore 18,00 in pieno centro di Bologna due
giovani iscritti all’organizzazione giovanile del Prc-Se, sono stati
aggrediti da un uomo armato di coltello. I due giovani, un ragazzo di 19
anni ed una ragazza di 17, si stavano recando al cinema Lumiere per
assistere alla proiezione di un documentario di Ascanio Celestini.
L’aggressore aveva cucito sul giubbotto il simbolo della formazione
neofascista Terza posizione, e dopo aver insultato e minacciato i due
giovani ha inseguito il ragazzo per le vie limitrofe brandendo un coltello a
serramanico (ANSA - Bologna 20-gen-08 21:28);
- Nei giorni scorsi ad Isernia il Presidente dell’Arci locale Celeste
Caranci è stato accoltellato da un militante di Fascismo e Libertà;
- Ludovica Bragagnolo una studentessa trevigiana di 18 anni subiva -
sola, chiusa nel bagno di un treno che stava raggiungendo Castelfranco - un
brutale pestaggio da parte di due ventenni appartenenti a Forza Nuova
(Liberazione 18 gennaio 2008).

Considerato che:
questi sono solo gli ultimi episodi di una catena di aggressioni e pestaggi
che hanno per bersaglio militanti di partiti e associazioni di sinistra;
in questi ultimi anni sono in aumento assalti e attentati alle sedi delle
associazioni e dei partiti antifascisti;
alcuni di questi atti di squadrismo sono sfociati in tragedia.

Per sapere:
Quali iniziative intenda prendere il Ministro affinché venga fatta piena
luce sugli episodi descritti e quali misure intenda assumere per reprimere
la violenza di stampo squadristico che lede profondamente il tessuto civile
e democratico del nostro Paese.
Quali misure di sostegno e solidarietà alle vittime delle violenze fasciste
intenda adottare affinché possa diffondersi una maggiore fiducia verso le
istituzioni.

Roma, 22 gennaio 2008

Sen. Claudio Grassi
Sen. Maria Luisa Boccia
Sen. Giovanna Capelli
Sen. Adelaide Gaggio Giuliani
Sen. Raffaele Tecce
Sen. Francesco Martone
Sen. Joseè Luiz Del Roio
Sen. Salvatore Allocca
Sen. Martino Albonetti
Sen. Fosco Giannini

Gennaio 23, 2008

Intervento di Claudio Grassi a Livorno - domenica 20 gennaio 2008

 

Assemblea “I comunisti non si sciolgono”


 

Care compagne, cari compagni,

 

intanto un ringraziamento alla Federazione di Livorno che ci ha ospitato in questa due giorni così interessante e partecipata. Agli ospiti di queste nostre iniziative – quella di ieri sulla centralità del lavoro e quella di oggi sul futuro di Rifondazione -, agli artisti che hanno contribuito con le loro opere alla realizzazione del catalogo curato dal compagno Roberto Gramiccia su  “falce e martello”, al compagno Enzo Apicella che ha preparato per noi le vignette  che  avete visto nel video proiettato all’inizio di questo incontro e a tutti voi che siete venuti qui da varie parti d’Italia.

 

Con questi due giorni di iniziative noi pensiamo di aver dato un contributo affinché questo appuntamento - che ricorda l’anniversario della fondazione del Partito Comunista d’Italia -  diventi sempre di più un evento politico. Meritoriamente da alcuni anni la federazione di Livorno si sta muovendo in questa direzione. Io credo che noi dobbiamo impegnarci già da ora per fare di questo appuntamento per il prossimo anno e quelli successivi un avvenimento ancor più partecipato. Il modello potrebbe quello - che ormai da tempo si è trasformato in un appuntamento di massa - che caratterizza a Berlino l’anniversario dell’assassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht  e che quest’anno, proprio pochi giorni fa, ha raccolto in quella città oltre centomila persone. Ne vale la pena perché la storia del Partito Comunista, che nacque 87 anni fa qui a Livorno, è una grande storia che va ricordata, che non va dispersa, che va rivendicata.

 

Non voglio fare, care compagne e cari compagni, un discorso retorico. Il Partito Comunista Italiano – soprattutto negli ultimi anni – ha compiuto scelte sbagliate e ha commesso anche gravi errori. Basta pensare agli anni ‘76-’79, all’appoggio al governo di solidarietà nazionale. Ma non vi è dubbio che il bilancio della sua storia sia incommensurabilmente positivo. Pensiamo ad Antonio Gramsci. Abbiamo appena concluso gli appuntamenti e i ricordi per i 70 anni dalla morte. Il nostro compagno Alberto Burgio ha scritto  un nuovo interessante libro, che è qui all’uscita, che vi consiglio di leggere. Antonio Gramsci, un comunista italiano. Un comunista che il fascismo e Mussolini avevano decretato che non dovesse pensare e che quindi andava chiuso in carcere perché quel cervello non funzionasse. E pensate il paradosso:  proprio quella condizione così terribile ha dato la possibilità a quel grande intellettuale comunista di scrivere quelle straordinarie opere che ancora oggi sono fonte preziosa di riflessione e che vengono tradotte e lette in tutto il mondo. Ma oltre a Gramsci pensiamo a quel “paese nel paese” che ha coinvolto milioni e milioni di donne e uomini cresciuti anche culturalmente nella grande organizzazione del Partito comunista e che con le sue lotte ha reso più civile e democratico questo paese. Non siamo disposti ad accettare che il rullo compressore del revisionismo storico mandi al macero quella storia. Noi stessi dobbiamo reagire con maggiore forza contro chi, a destra ma anche nel centrosinistra, non esita a gettare fango su quella storia. I comunisti sono stati protagonisti decisivi - in alcuni momenti anche i soli - nella lotta contro il  fascismo e per la cacciata del nazismo. Sono stati decisivi nella Resistenza, sono stati parte importante nella scrittura della nostra Costituzione che non ha caso porta la firma anche di quel grande comunista che è stato Umberto Terracini, quella Costituzione che oggi vorrebbero stravolgere e cancellare. I comunisti sono stati decisivi nella ricostruzione del paese, nelle lotte per la pace, per la terra, per i diritti al lavoro e allo stato sociale, i diritti civili. I comunisti sono stati in prima fila in tutte quelle lotte.

 

Non vorrei essere pedante ma voglio ricordare alcuni numeri perché in questi anni siamo stati travolti da informazioni che andavano in una direzione opposta. Pensate, solo per ricordare un ultimo fatto, a questo libro vergognoso di Giampaolo Pansa “I gendarmi della memoria”. Vorrei ricordare allora alcune piccole cifre che forse danno un’idea. Dei 256 mila partigiani 153 mila erano comunisti, dei 70.930 caduti 42.558 erano comunisti, dei 3.354 volontari che sono corsi in Spagna ad arruolarsi nelle Brigate Internazionali per difendere la Repubblica 1.819 erano comunisti e tra loro il giovanissimo compagno Giovanni Pesce che il luglio scorso ci ha lasciati e che ricordiamo con immenso affetto. Ci onora la presenza qui con noi della sua compagna Nori Brambilla Pesce che salutiamo e che ringraziamo. Dei 4956 condannati dal Tribunale Speciale 4.030 erano comunisti, per un totale di 23.000 anni di carcere. Altro che, come disse Veltroni, “il comunismo è incompatibile con la libertà”! I comunisti hanno dato un contributo determinante per la conquista della libertà e della democrazia di questo paese.

 

Noi siamo qui non solo per ricordare - ricordare è importante perché senza memoria non c’è futuro –   siamo qui soprattutto per cercare di cambiare il presente. Per dare il nostro contributo affinché resti viva, in questo paese, una presenza comunista con basi di massa, ancorata al mondo del lavoro, che  lotti per una società diversa da quella capitalistica e che, quindi, non sia basata sul  profitto di pochi. Oggi per conseguire questo profitto, anteponendo a tutto l’interesse dell’impresa capitalistica, non si guarda in faccia a nessuno. Pensiamo ai morti sul lavoro: la recente vicenda della Thyessenkrupp e di Porto Marghera. Perché avvengono queste morti? Sono forse una fatalità? No. I padroni non investono in sicurezza, preferiscono aumentare i loro profitti e utilizzarli in speculazione finanziaria. Vengono a piangere ai funerali ma non fanno nulla per modificare la situazione. E pensate l’ipocrisia di quegli stessi padroni che hanno detto “Non succederà mai più una Thyessenkrupp” e che oggi negano ai meccanici il rinnovo del contratto di lavoro per consentire a questi lavoratori di avere una paga minimamente dignitosa. Ai meccanici che lottano da mesi per il rinnovo del loro contratto va il nostro appoggio oltre che ovviamente la nostra solidarietà. Perché se sei un lavoratore con un salario basso, sei costretto a fare lo straordinario e allora sei più stanco ed più facile che possa avvenire un incidente nel luogo di lavoro. Di questo ci parla la vicenda terribile della Thyessenkrupp, salari incapaci di dare una vita dignitosa ai lavoratori di questo paese. Proprio in questi giorni giornali e televisioni sono sommersi di quello che fa e dice Mastella, nessuno ha parlato più di pochi minuti dei dati Istat usciti in questi giorni che ci dicono drammaticamente che metà delle famiglie di questo paese vive con meno di 1900 euro al mese e che il 14.6% non arriva a fine mese e se deve affrontare una spesa di 600 euro non sa come fare. Questo ci hanno detto i dati dell’Istat. E tutto si tiene, appunto, per conseguire il profitto. Pensiamo alla precarietà diffusa che colpisce le giovani generazioni, nega loro un futuro, una possibilità di costruirsi una prospettiva di vita e rende difficile nei luoghi di lavoro anche una solidarietà, poiché nega anche una possibilità per questi lavoratori di lottare, di unirsi, di alzare la testa nei confronti del padrone perché quella situazione li rende più deboli, indifesi, soli. Hanno il timore che una loro lotta, una contestazione a quanto richiede il padrone, possa significare il mancato rinnovo del contratto di lavoro.

 

E pensiamo anche al fatto che per fare profitti si colpisce sempre di più l’ambiente, aggredito da uno sviluppo insostenibile, da un modo di produzione distorto. Perché vedete nella vicenda dei rifiuti di Napoli vi è racchiuso il fallimento non solo di una classe dirigente locale, che indubbiamente c’è - e Rifondazione comunista farebbe bene a tirarne le dovute conseguenze visto che ci siamo anche noi in quella amministrazione! Bisogna riconoscere anche i propri errori e valutare se non sia il caso di uscirne. Ma nei cumuli dei rifiuti è condensato il limite di una società che produce merci inutili, imballaggi inutili e non riciclabili, sostanze tossiche in totale disarmonia con le esigenze collettive e il rispetto dell’ambiente. E pensiamo al fatto che sempre per questi profitti si continuano a fare guerre e ad aumentare a dismisura le spese militari quando sarebbe sufficiente utilizzare parte di queste risorse per consentire ai due terzi degli  esseri umani del pianeta che vivono in condizioni terribili di vivere dignitosamente.

E pensiamo al fatto che si fa di tutto per alimentare la guerra tra i poveri dove il nemico è il migrante o il rom, quello che è più debole di te, che attraverso anche una vergognosa campagna mediatica – che non esito a definire fascista e razzista – viene additato come la causa di tutti i mali. Per cui è lui che devi contrastare e non il padrone o il sistema che brucia le risorse in guerre e chiude i servizi sociali.

 

Allora per noi – care compagne e cari compagni – essere comunisti oggi significa combattere tutto questo, anche se ciò vuol dire andare contro corrente. Significa dire senza timore che questo Papa è un reazionario e che hanno ragione gli studenti e i docenti che lo hanno contestato; significa continuare a credere che il capitalismo possa essere sconfitto e che possa esserci un’altra organizzazione della produzione e della società che anziché mettere al centro il profitto vi metta la persona e l’ambiente. Noi crediamo ancora che ciò sia possibile, anche se in molti paesi dove questa esperienza è stata tentata abbiamo subito una sconfitta. Ci crediamo ancora perché vediamo che chi tutti i giorni ci parla della sconfitta del comunismo – da Bush a Berlusconi – ci propone un modello di società senza futuro, che non regge e non reggerà. Anche perchè se da noi, nell’Europa occidentale le sinistre e i movimenti sono sulla difensiva, in altri continenti le cose vanno in altra direzione. Basta pensare, come è stato ricordato qui da altri compagni che mi hanno preceduto, all’America Latina dove non c’è più solo Cuba, pur con tutte le sue contraddizioni, che resiste, ma c’è la Bolivia, l’Ecuador, l’Argentina, il Brasile, l’Uruguay, il Nicaragua, il Venezuela di Chavez, che non accettano più di sottostare ai diktat degli Stati Uniti e del Fondo Monetario Internazionale. Ciò dimostra che anche se qui i tempi sono difficili e quindi tende a prevalere in noi il pessimismo della ragione, dobbiamo sempre associarlo – come ci ha insegnato Antonio Gramsci – all’ottimismo della volontà perché, ne sono certo, le contraddizioni di questo sistema riapriranno una stagione di conflitti, di movimenti e di ripresa  quindi anche delle forze che lottano per il cambiamento e il superamento del capitalismo.

 

La situazione politica nella quale ci troviamo ad operare è particolarmente complessa, soprattutto per quanto riguarda il nostro partito. Non parlo tanto di questa vicenda di Mastella e dell’Udeur che pure ha la sua importanza perché con i precari equilibri al Senato rende ancora più incerta la prospettiva di questo governo. Ma anche perché, al di là della colpevolezza sua e degli altri inquisiti che sarà stabilita dalla magistratura, questa vicenda ha fatto venire alla luce un modo di fare politica basata sullo scambio tra politica e pubblica amministrazione, aziende pubbliche e società partecipate, finalizzato a conservare il potere e per quella via ad acquisire consenso e riprodursi come ceto politico. Se questo è vero, ed è sotto gli occhi di tutti, allora non capisco perché tutto il mondo politico abbia espresso a Mastella solidarietà, quasi avesse subìto un attentato. Al contrario, Mastella andava criticato e censurato per il grave e pesante attacco che ha fatto alla magistratura e quando questo viene fatto dal ministro della Giustizia è un fatto intollerabile per un paese democratico. Sei inquisito, il tuo partito è inquisito, e tu attacchi la magistratura e nello stesso tempo sei ministro del governo!? Consiglierei a tutti coloro che hanno espresso solidarietà politica a Mastella di andarsi a rileggere le pagine straordinarie e di grande attualità scritte da Enrico Berlinguer sulla questione morale: pagine che con notevole anticipo denunciarono il degrado della politica che poi sarebbe esploso con Tangentopoli e che  sono valide ancora oggi.

 

Ma al di là di Mastella la situazione è complessa perché dopo venti mesi di questo governo, Prodi ha deluso le aspettative che aveva suscitato nell’elettorato di sinistra, disattendendo le stesse proposte contenute nel programma dell’Unione. Si tratta di un vero e proprio fallimento e in questo - sono molto schietto perché credo che tra compagni non si debbano usare tanti giri di parole - vi è anche il fallimento delle scelte politiche effettuate dal nostro partito in particolare dalla sua maggioranza. Al congresso di Rifondazione comunista di Venezia lo slogan con cui si decise di entrare nell’Unione si intitolava: “Vuoi vedere che l’Italia cambia davvero?” e il manifesto stampato dopo l’approvazione della prima legge finanziaria titolava “Anche i ricchi piangano”: ebbene io penso che questi titoli siano la rappresentazione plastica di un errore clamoroso di valutazione politica. Il compagno Bertinotti - che di quelle scelte fu il principale protagonista - in una recente intervista su Repubblica ha parlato di fallimento del governo dell’Unione, per onestà avrebbe dovuto aggiungere che si tratta anche del fallimento della sua proposta politica. Se a Venezia anziché indicarci la porta avesse ascoltato un po’ anche le nostre ragioni forse oggi non saremmo in questa situazione. Avremmo risparmiato venti mesi, visto che oggi, per uscire da questa difficoltà, la maggioranza del partito propone esattamente quello che proponevamo noi nel dibattito congressuale, e cioè: definiamo alcuni punti programmatici, concordati possibilmente con le altre forze della sinistra di alternativa, se li accettano si entra nel governo se non li accettano diamo il nostro contributo per cacciare le destre, ma non entriamo nell’esecutivo. La conclusione della vicenda legata al protocollo sul welfare, quindi sul tema pensioni e precarietà così importanti per noi e per il nostro elettorato di riferimento, per i movimenti a cui noi ci rivolgiamo, ha segnato la sconfitta più bruciante per il nostro partito e la smentita più clamorosa delle tesi del congresso di Venezia. Il centrosinistra infatti, al contrario di quanto era stato detto, non si è affatto spostato a sinistra rispetto agli anni ‘90. Al contrario proprio in questi mesi si è portato a compimento la costruzione del Partito democratico e cioè lo  spostamento al centro della parte più importante della coalizione nella quale ci troviamo ad operare, l’Unione. Il governo, che avrebbe dovuto dimostrarsi permeabile ai movimenti, si è dimostrato assai più permeabile alla Confindustria e alla Chiesa. L’assunto secondo il quale la nostra presenza in maggioranza aveva l’unico significato di far crescere i movimenti si è risolto nel suo contrario: da quando siamo al governo ci sono state tre grandi manifestazioni: nel novembre 2006 la grande manifestazione contro la precarietà, nel febbraio 2007 a Vicenza la straordinaria manifestazione contro la nuova base americana e infine il 20 ottobre 2007 la grande e splendida manifestazione - molto combattiva e piena di bandiere rosse - che aveva l’obiettivo di cambiare il Protocollo e dire No alla precarietà. Ebbene, se ci pensate, su tutte e tre le richieste avanzate da queste manifestazioni e dai movimenti che le hanno organizzate il governo ha risposto negativamente.

 

Ora da questa difficoltà è necessario uscire. L’esito del protocollo sul welfare ha mortificato la manifestazione del 20 ottobre e anche la sinistra sindacale e la Fiom che nel referendum si erano impegnate, in una condizione difficilissima, per il No - e tra l’altro la Fiom e i meccanici quella battaglia erano riusciti a vincerla. Quell’esito, appunto, impone un chiarimento. E dunque è importante che il partito abbia deciso di andare a una verifica con il governo, ma deve essere una verifica vera e siccome per realizzarla – come ricordato da altri compagni – si è rimandato un congresso di fatto già avviato (erano già pronti i documenti, erano già state nominate le commissioni congressuali) devono essere protagonisti di essa prima di tutto le compagne e i compagni di Rifondazione attraverso la costruzione di un dibattito partecipato sui punti politici da portare al confronto con il governo. La decisione conclusiva, e cioè se l’esito conseguito dalla trattativa con il governo sia o meno positivo, deve spettare in ultima istanza al partito della Rifondazione Comunista. E’ positivo che vi sia anche un documento comune delle quattro forze della sinistra dell’Unione e che proprio in questi giorni sia stato presentato al governo. I contenuti di questo documento sono condivisibili, ma si tratta - e qui è il punto politico che pongo e che abbiamo posto alla Direzione del partito lunedì scorso - di un elenco lungo, ampio, di richieste. Rischia di essere un po’ un “bignami” del programma dell’Unione che poi, proprio perché così ampio, non riusciamo a farlo mettere in pratica! E allora io penso che dobbiamo andare alla verifica non con un programma così vasto – certo è importante sollecitare su tutti i punti una discussione e un impegno – ma noi, poiché dobbiamo decidere se restare o meno all’interno di questa coalizione, dobbiamo individuare non più di 3 o 4 questioni, punti chiari esigibili e porli come condizione per la permanenza nell’esecutivo: questo è un elemento che può dare credibilità alla nostra verifica. Io credo che i punti siano pochi, ma siano quelli che la gente si aspetta da noi arrivati a questo punto.

 

Il primo punto è certamente quello di aumentare i salari ma, anche qui, occorre avanzare richieste precise: in primo luogo la restituzione del fiscal drag. Un’altra cosa concreta che il governo può fare domattina: firmare il contratto del Pubblico impiego e questo potrebbe aiutare anche la firma degli altri contratti, a partire da quello dei meccanici! Inoltre un recupero a fine anno del differenziale tra inflazione programmata e inflazione reale.

 

Seconda questione il tema della precarietà: c’è scritto nel programma dell’Unione superamento della Legge 30 e cioè riduzione del numero enorme di tipi di contratti che hanno aumentato in modo immenso la precarietà soprattutto per i giovani.

 

Terza questione la moratoria per la nuova base americana di Vicenza: almeno questo ci deve essere altrimenti la nostra credibilità con quel movimento della pace su cui noi abbiamo così tanto investito in questi anni rischia di scomparire.

 

Infine, se vogliamo dare una risposta al tema della lotta al razzismo, se vogliamo dare una risposta alle persone che vengono nel nostro paese perché cercano un lavoro, una vita dignitosa, vogliamo il superamento della Bossi-Fini attraverso l’approvazione rapida della legge Ferrero-Amato.

 

Ecco, io credo che attorno a questi 4 punti si possa costruire una mobilitazione nel paese e il senso della nostra permanenza all’interno del governo. Perché  vedete, dopo venti mesi, è vero che abbiamo il problema, che non sottovalutiamo, di queste destre così pericolose e aggressive; sappiamo che di là c’è Berlusconi ma, compagni, non ce la facciamo più a continuare a rimanere lì solo con l’argomento che altrimenti torna Berlusconi! Perché se continuiamo così fino alla fine della legislatura poi Berlusconi torna lo stesso, torna alla grande e noi saremo travolti.

Allora occorre ricostruire un senso che può essere dato solo da una risposta positiva ad alcune nostre richieste programmatiche sulla base delle quali si decide se continuare o meno a stare nel governo.

 

Care compagne, cari compagni, sto concludendo. Un po’ provocatoriamente abbiamo intitolato questa nostra assemblea “I comunisti non si sciolgono”. Lo abbiamo fatto volutamente poiché riteniamo giusto mettere in chiaro alcune questioni per noi dirimenti. Con la costruzione del Partito democratico e lo scioglimento dei Ds, una parte di quello che era stato il Correntone ha dato vita a Sinistra Democratica. Per quanto ci riguarda con questi compagni e compagne, così come con i Verdi e con i Comunisti Italiani, riteniamo non solo giusto, ma decisivo, costruire un’unità d’azione nel parlamento e nel paese. Ciò è necessario per cercare di ottenere risultati per la nostra gente che ha bisogno di una massa critica che pesi nel paese e nelle istituzioni. Vedete, noi questo discorso molto semplice lo sostenevamo anche quando in Rifondazione vi era il più totale disinteresse, da parte della maggioranza del partito, verso questi soggetti. Quando andavano per la maggiore i Disobbedienti, i Casarini e Caruso. Il problema è che oggi, come è capitato a questo partito anche su altri temi, si rischia di passare da un estremo all’altro e invece di ragionare su un’unità possibile e necessaria, che si può costruire, per esempio, attraverso una confederazione in cui ogni forza politica mantiene la propria autonomia, alcuni  propongono il partito unico della sinistra.

 

Non siamo d’accordo. Lo ripeto: siamo per l’unità, non per il partito unico. Dico di più: chi spinge il processo unitario verso il partito unico, in realtà, non lavora per l’unità, poiché tra queste quattro forze non vi sono le basi culturali, programmatiche e identitarie per fare un unico partito. I Verdi - lo hanno già detto - non si riconoscono nella sinistra poiché il loro elettorato è trasversale e Sinistra democratica si è caratterizzata come forza che è partecipe e attiva del socialismo europeo, mentre Rifondazione comunista è collocata all’interno del Gue nel parlamento europeo. Infatti, pensate la contraddizione: si spinge verso il partito unico e la presentazione sotto un unico simbolo alle elezioni.  Il prossimo anno ci sono le elezioni europee,  che credibilità avrebbe una lista unica della sinistra di queste forze i cui eletti al parlamento europeo si dividerebbero immediatamente in tre gruppi diversi, e cioè quello verde, quello socialista e quello comunista? Ma non avevamo criticato il Partito democratico che nel parlamento europeo si divide in due gruppi? E ora noi facciamo una lista di eletti che si divide addirittura in tre gruppi? Non è questa la strada. Non abbiamo dato vita a Rifondazione nel 1990, contrastando Occhetto, per scioglierla oggi perché ce lo chiedono Mussi e qualcun altro, compreso  lo stesso Occhetto, che dopo un giro molto tortuoso, ce lo ritroviamo in Sinistra democratica e che attraverso questa forza politica chiede a Rifondazione di fare la Bolognina dopo 17 anni! NO noi non ci stiamo! La nostra strada è quella di lavorare nell’ambito di una sinistra unitaria e plurale e, contemporaneamente, per il rilancio di Rifondazione comunista. C’è lo spazio in questo paese per la presenza di un partito comunista non settario, con vocazione unitaria, con basi di massa, radicato nel mondo del lavoro, nelle organizzazioni di massa, nei territori, presente  nei movimenti, capace di innovare la propria cultura politica senza ripudiare la propria storia.

D’altra parte sarebbe ben strano se in questa lunga transizione italiana che sta scomponendo e ricomponendo le varie forze politiche gli unici a scomparire fossero i comunisti che ancora oggi, nonostante tutto, con quel simbolo e quel nome raccolgono tra l’8 e il 10% dei consensi elettorali!

 

Care compagne e cari compagni, io penso che ce la possiamo fare, ci sono tutte le condizioni per rilanciare Rifondazione comunista. I nodi di una linea politica sbagliata e di una gestione escludente sono venuti al pettine e ormai molti, anche nella maggioranza, avvertono l’esigenza di un cambiamento. E anche l’intervista di oggi di Giordano su Liberazione dimostra quanto sto dicendo e, se mi permettete, dà anche il senso dello sbandamento di questo partito, perché in quel ragionamento ci sono due cose che difficilmente possono stare assieme. Dice infatti Giordano nell’intervista: “basta, siamo nella palude, bisogna disinvestire dal governo per reinvestire nella società” e, contemporaneamente, dice che bisogna accelerare il processo unitario della sinistra. Ma come? non lo sappiamo che alcune di quelle forze non vedono in una autonomia dal governo una opzione possibile e praticabile??

Allora delle due l’una: o investiamo decisamente verso una riconnessione con i movimenti, con la società o puntiamo decisamente verso il partito unico della sinistra. Questo è il nodo politico che va sciolto. Sono convinto che nella maggioranza del partito vi è una parte significativa che è contraria al superamento di Rifondazione comunista. E noi come area Essere comunisti, come stiamo facendo da tempo, come abbiamo fatto alla conferenza di organizzazione di Carrara, come abbiamo fatto alla nostra festa di Gubbio e come abbiamo fatto anche qui a questa bella manifestazione di Livorno, dobbiamo aprirci anche agli altri, a chi non la pensa come noi o non ha fatto le nostre considerazioni al congresso di Venezia, per unirci a tutti quelli che, come noi, credono nella Rifondazione comunista. Questo è un primo punto, poi come sarà il partito della Rifondazione Comunista lo decideremo, ma intanto uniamoci per mantenere questo soggetto politico organizzato. Questo è l’obiettivo di oggi. La manifestazione del 20 ottobre - con quella presenza straordinaria di popolo - ci dice che è una esigenza che si connette ad un pezzo non minoritario e marginale della sinistra. Certo, so che è difficile, che il partito vive una crisi oltre che politica anche organizzativa pesante; che anni di gestione maggioritaria ed escludente ha diviso i compagni e le compagne non solo nel gruppo dirigente nazionale ma anche nelle federazioni e nei circoli. So che in molte federazioni  è più il tempo che si dedica a gestire il contrasto delle componenti interne che per fare politica nella società. So, che in conseguenza di ciò, molti compagni non hanno rinnovato la tessera o fanno sempre più fatica a farlo. Ma so anche che c’è un potenziale su cui lavorare, come ha dimostrato appunto la manifestazione del 20 ottobre. Noi dobbiamo lavorare con impegno nel partito, soprattutto nei circoli e nei territori, e non abbandonare la lotta, guai a lasciare la militanza e l’impegno nel partito. Non ci sono  alternative all’impegno dentro Rifondazione comunista per chi vuole cercare in questa fase di dare il proprio contributo affinché in questo paese resti presente una forza comunista attiva e non residuale o testimoniale.

Occorre quindi attivarci con impegno affinché questa verifica con il governo coinvolga tutti gli iscritti e sia un’occasione di confronto con la sinistra e la società. Occorre  infine prepararsi per il prossimo congresso che si svolgerà entro l’anno e che oltre ad essere un’occasione importante per noi, per chiedere che si faccia un bilancio sui risultati negativi della linea di Venezia, si faccia chiarezza sul futuro di Rifondazione comunista. Noi siamo disponibili a discutere di tutto, a trovare tutte le forme di unità possibile. Una cosa però non possono chiedercela, e cioè che dopo tanti sacrifici e tante lotte si possa chiudere l’ esperienza di Rifondazione comunista. Su questo il nostro consenso non l’avranno mai!

 

Care compagne  e cari compagni,

nei giorni scorsi una ragazza di 18 anni, Ludovica, di un liceo classico in provincia di Treviso, stava tornando da scuola su un treno locale. Era contenta questa ragazza, canticchiava Bella Ciao. Prima di scendere dal treno due persone vestite di nero l’hanno spinta nel bagno e le hanno disegnato croci celtiche sulle braccia, le hanno scritto sul volto le iniziali di Forza Nuova e le hanno detto “comunista di merda, certe cose non si possono cantare”.

 

E’ a Ludovica, e ai tanti giovani come lei che non vogliamo crescano in un mondo dove succedono queste cose, che noi dedichiamo questa riunione e il nostro impegno di essere comunisti, per cambiare la società, per sconfiggere il fascismo, il razzismo, la precarietà, i morti sul lavoro.

Gennaio 16, 2008

Qual è il contributo che l’area programmatica Essere Comunisti intende dare al dibattito interno alla federazione bolognese del Prc?


E’ un contributo che nasce da una posizione politica chiara che, in coerenza con le passate esperienze congressuali (tanto quella emendataria del V congresso, quanto quella, incardinata intorno al documento alternativo, del successivo congresso di Venezia), individua alcuni essenziali architravi argomentativi.

Il primo: vi è assoluta necessità che il processo di unità a sinistra non coincida con il superamento del Partito della Rifondazione Comunista. Da anni sosteniamo (e, a dire il vero, spesso siamo rimasti inascoltati) l’urgenza di avviare un confronto programmatico stringente con l’intero arco delle forze della sinistra. Per un motivo molto semplice: senza l’unità dei partiti progressisti e delle diverse soggettività della sinistra, in seno alla società e ai movimenti, non è pensabile difendere il lavoro e le classi subalterne dalla gigantesca offensiva padronale in atto.

Ma non esiste alcun automatismo in ragione del quale tale obiettiva necessità (il coordinamento permanente della sinistra d’alternativa) induca il venir meno dell’autonomia politica e organizzativa del nostro partito. Chi ci propone di seguire questa strada commette, a nostro avviso, due errori complementari: da un lato sarebbe responsabile dello spostamento a destra del quadro politico nazionale (la nascita di un nuovo partito non più comunista equivarrebbe senza dubbio allo slittamento della sinistra dentro la logica del bipolarismo e dell’alternanza); e dall’altro getterebbe a mare, sul piano dell’identità materiale e culturale, un patrimonio immenso e impagabile di valori e idealità. E’ per questi motivi - e non quindi per una visione nostalgica o feticistica delle identità e dei simboli - che la nostra componente vuole costruire rapporti, anche a Bologna, con tutti coloro i quali collocano in cima alle proprie priorità un tale obiettivo.

Il secondo architrave della nostra proposta politica guarda alla consultazione sul governo che, nelle prossime settimane, vedrà coinvolto tutto il partito.

Non più tardi di un mese fa il presidente della Camera, con una lunga intervista a Repubblica, ha dichiarato «fallito il progetto del governo» e di essere «già oltre l’esperienza dell’Unione». Sorvolando sul fatto che pochi giorni dopo lo stesso presidente della Camera ha rilasciato una nuova intervista nel corso della quale ha espresso giudizi diversi, salvo poi riaffermarli in occasioni ancora successive, e sorvolando sul fatto che egli era segretario del nostro partito quando il congresso di Venezia ratificò il nostro ingresso, senza programma e senza condizioni, nel governo e nell’Unione, risultano a tutti evidenti le difficoltà di questo esecutivo e, segnatamente, del nostro partito in rapporto ad esso.

Oggi, nella verifica con il governo, vanno fatte valere proprio le condizioni che - a Venezia - la maggioranza del partito rifiutò di anteporre alla definizione dell’accordo con l’allora Ulivo. Cioè a dire che, a fronte di un bilancio profondamente negativo del primo anno e mezzo di governo, in cui la distanza tra promesse elettorali e fatti è la cifra più drammatica della distanza tra l’operato dell’esecutivo e le ragioni del nostro popolo, vanno poste a Romano Prodi precise condizioni programmatiche, in mancanza della cui accettazione l’esperienza di Rifondazione Comunista al governo del Paese si dovrà ritenere conclusa. Noi, su di essa, vogliamo ancora investire e riteniamo - perché il ragionamento deve valere anche nel suo reciproco - che l’ottenimento di alcuni obiettivi programmatici avanzati possa realmente segnare una inversione di tendenza. Tuttavia non ci sfuggono le contraddizioni di un governo che, nel 2006, ha regalato a fondo perduto alle imprese 5 miliardi di euro (6,4 se consideriamo anche gli aiuti pubblici da restituire a rate): un governo che - come ha detto la Commissione europea - ha fatto dell’Italia il terzo paese più “generoso” nei confronti delle imprese dell’intera UE.

A cosa ci riferiamo quando parliamo di punti vincolanti? Innanzitutto alla questione salariale, e cioè a misure che difendano il potere d’acquisto dei salari e delle pensioni e che introducano misure automatiche di adeguamento degli stipendi all’inflazione. In secondo luogo alla precarietà, con strumenti legislativi che modifichino radicalmente la legge 30 e riconducano il tempo indeterminato alla normalità delle tipologie contrattuali. E poi, ancora, ad una diversa collocazione internazionale del nostro Paese: impedire la costruzione della nuova base militare di Vicenza e avviare una strategia d’uscita dall’Afghanistan sarebbero segnali evidenti di una svolta nell’azione del governo.

Questa posizione (che rifugge gli estremi, specularmente errati, di chi pretende un’uscita immediata dal governo - e considera la consultazione una perdita di tempo, oltre che un escamotage per sottrarre agli iscritti la possibilità di affrontare il congresso - e di chi, altrettanto pregiudizialmente, si ostina a ritenere percorribile a qualunque costo la strada del governo) ci pare stia acquisendo consenso anche a Bologna.

Facciamo notare che l’ultimo comitato politico federale (che ha approvato, sull’altro corno del ragionamento, un ordine del giorno che chiarisce inequivocabilmente l’opposizione del partito bolognese all’ipotesi di scioglimento del Prc) ha altresì votato un dispositivo che non chiede più, come il testo licenziato a maggioranza dalla precedente segreteria provinciale, l’uscita dal governo ma, esattamente, ciò che sin qui abbiamo scritto.

E’ un fatto estremamente interessante, sulla base del quale riteniamo di poter approfondire - senza interlocuzioni privilegiate - il confronto con tutte le sensibilità interne alla maggioranza che, su questi elementi, dovessero convenire con noi.

E arriviamo precisamente a Bologna, e alle scelte che ci attendono. La giunta Cofferati ha sin qui anticipato - come in più occasioni abbiamo detto - le politiche democratiche, con una modalità di amministrare spregiudicata (si pensi al confronto sulla sicurezza con Alleanza Nazionale, che ha corso il rischio addirittura di tradursi in un documento congiunto con i post-fascisti) e largamente insensibile agli elementi più caratterizzanti della nostra piattaforma programmatica (dalla casa ai servizi, dalla cultura agli spazi sociali, dalla legalità e sicurezza sul lavoro alle politiche giovanili). Per questo motivo non possiamo esimerci dall’intervenire attivamente nel confronto in corso sulle prossime elezioni amministrative. Noi vogliamo impostare la questione sulla base di due presupposti tra loro inscindibili: autonomia programmatica dal Pd (che, ci pare di capire, volge sempre più lo sguardo a ciò che si muove alla sua destra, come dimostrano i recenti apprezzamenti del segretario regionale Caronna alla lista civica di Guazzaloca e alle forze moderate della Cdl) e costruzione di un fronte ampio e unito della sinistra e dei movimenti. Il che significa che l’intero arco delle forze della sinistra, che sin da oggi dovrebbe discutere unitariamente di contenuti - e quindi di una carta programmatica comune -,   non potrà rifiutare pregiudizialmente il dialogo con il centrosinistra bolognese (a maggior ragione se il candidato del partito democratico non fosse più Sergio Cofferati) ma dovrà agire, nei confronti di esso, con estrema onestà e limpidezza politica. Anche in questo caso, Rifondazione Comunista dovrà essere la spina dorsale di un’alleanza di sinistra pronta a convergere elettoralmente con i moderati soltanto nella misura in cui fossero assicurate condizioni di agibilità programmatica. Ma, qualora ciò non fosse possibile, dovrà essere pronta a correre separatamente. Bisogna prestare attenzione, però, a non invertire i fattori della discussione e cioè a non anteporre la scelta ultima al confronto sui contenuti. Il rischio, gravido di conseguenze letali, sarebbe l’isolamento di Rifondazione Comunista.

Cosa dice, su questo terreno, il partito (il suo gruppo dirigente, le strutture territoriali, le diverse articolazioni della maggioranza) a Bologna?

 

Simone Oggionni

Gennaio 5, 2008

Sulle elezioni delle consulte degli immigrati di Quartiere.

In un magistrale racconto, Franz Kafka descrive lo sgomento di un commerciante di fronte ad una invasione silenziosa di stranieri:

“Io ho una bottega da calzolaio sulla piazza davanti al palazzo imperiale. Non appena, all’alba, apro il mio negozio, vedo che gli ingressi di tutte le vie che sboccano qui sono già occupati da uomini armati. Ma non sono i nostri soldati; sono evidentemente nomadi provenienti dal nord. In un modo che non riesco a comprendere, sono riusciti a penetrare nella capitale, che pure è molto distante dal confine. Ad ogni modo, sono qui; e ogni mattina sembrano più numerosi”.

Con il consueto senso del grottesco Kafka si prende gioco dell’inadeguatezza borghese a rapportarsi con il totalmente altro, il diverso, il barbaro:

“A noi artigiani e commercianti è affidato il compito di salvare la patria; noi però non ne siamo all’altezza; cosa di cui, del resto, non ci siamo mai vantati. E’ un malinteso: un malinteso che è la nostra rovina”.

Il piccolo universo descritto da Kafka, il sogno imperiale della piccola borghesia che naufraga, è stranamente adeguato a descrivere le paure di molti italiani di oggi di fronte all’immigrazione, le loro reazioni scomposte ed inadeguate di fronte alla minaccia e al crollo dell’ordine cui erano avvezzi, un ordine che consideravano giusto ed immutabile per il solo fatto di essere l’ordine costituito.

Ma Kafla all’epoca presagiva – fu fortunato a non vederla - la mostruosa reazione della borghesia, il fascismo ed il nazismo. Purtroppo gli echi di quei rumori, di quel clangore, sono vivi ancor oggi nel razzismo di taluni provvedimenti sull’immigrazione, dai “centri di permanenza temporanea” al decreto sulle espulsioni, dalla legge Bossi – Fini ai provvedimenti dei sindaci leghisti per limitare i matrimoni misti.

Come modesto antidoto verso queste derive che ricordano un fascismo annacquato, una sorta di nazismo dal volto umano, ci permettiamo di indicare l’esperienza nascente delle consulte degli extracomunitari di Bologna: un esperimento nascente di cui non si conosce ancora l’esito, un modello sicuramente imperfetto e perfettibile, ma in cui è possibile se non altro riporre una qualche speranza.

Il presente

In occasione del voto per l’elezione delle Consulte di Quartiere si possono fare alcune considerazioni sulla natura dell’immigrazione a Bologna. Il totale dei voti è 4485 su una popolazione extracomunitaria che, stando ad un dato non aggiornato del 2006 ammonterebbe a 27.335 persone: una percentuale (sovrastimata) del 16,5%. La propensione al voto è più alta tra gli uomini (18,5%) che tra le donne (13,2%). Questo introduce una prima distorsione nella reale rappresentatività delle consulte: vi sono comunità molto numerose, prevalentemente femminili – Ucraina, Moldova – non rappresentate. Si tratta di un reale problema, visto che a Bologna le donne costituiscono il 51% degli immigrati extracomunitari (al Savena il 54%). Un altro problema è l’isolazionismo di alcune comunità: plateale il caso dei cinesi alla Bolognina.

Nella mia posizione di osservatore privilegiato, in quanto Consigliere al Quartiere Savena, ho potuto misurare con mano altre “distorsioni”. Nel mio Quartiere il totale votanti è 561 su 2530 extracomunitari (dato 2005). La percentuale (sempre sovrastimata) è di poco superiore alla media cittadina (17%). Le nazionalità rappresentate dall’esito della votazione sono: Filippine (un candidato), Bangladesh (tre candidati), Sri – Lanka (un candidato).

Il risultato di Filippine e Bangladesh rispecchia la struttura dell’immigrazione nel quartiere; quella dello Sri – Lanka, concentrata nella zona di San Ruffillo, è al contrario una sorpresa, poiché scavalca altre comunità complessivamente più numerose ma evidentemente meno coese.

Per fenomeni analoghi, in molti quartieri di Bologna un grosso problema sarà il coinvolgimento delle etnie non sono rappresentate dagli eletti delle consulte, come pure delle etnie di cittadini comunitari. Pensiamo ai rumeni, nel mirino del famigerato decreto sulle espulsioni - e ai polacchi, con le cui associazioni un qualche rapporto politico si imporrà pure. Per questi motivi, su richiesta del Circolo del PRC Ottobre Rosso, in occasione delle elezioni della Consulta degli immigrati il Quartiere Savena ha istituito una Commissione per l’immigrazione, di cui sono stato nominato responsabile.

Il futuro

La Consulta degli immigrati potrà dare delle indicaizioni di lavoro molto utili per tessere un legame tra Quartieri e immigrazione. Un legame necessario: a Bologna i cittadini immigrati sono l’8%, il doppio rispetto alla media nazionale. Come abbiamo visto, tuttavia, la Consulta non basta a rappresentare questo panorama complesso; nel prossimo futuro potranno esserci problemi di rapporto tra comunità di diverse provenienze.

In ogni caso, non possiamo considerare come acquisite quelle categorie occidentali che usualmente diamo per scontate nel rapporto con l’altro. Un aspetto di questo problema è costituito dalla balcanizzazione confessionale: ad esempio al Quartiere Savena gli immigrati provenienti da paesi di religione cristiana costituiscono solo il 50%, con una leggera prevalenza degli ortodossi; la maggioranza relativa è costituita da musulmani (41%), e vi è un 7,7% non appartenente al gruppo delle religioni monoteiste. I problemi nel rapporto tra confessioni religiose e istituzioni sono esemplificati dai finanziamenti comunali alle scuole private, fondamentalmente cattoliche: una scelta razzista che minaccia di creare una sorta di apartheid educativa.

Inoltre, in una situazione in cui la metà dei matrimoni extracomunitari avviene con un coniuge italiano, presto avremo disparità tra figli di immigrati garantiti dalla cittadinanza e figli di immigrati nati sì in Italia, ma che non sono cittadini italiani. Questo avverrà presto, ma già nel presente assistiamo al tentativo, in alcune cittadine del Nord Italia, di proibire il matrimonio con un coniuge italiano a chi fosse sprovvisto di un permesso di soggiorno. Oltre a ricordare il lugubre precedente della proibizione dei matrimoni tra ebrei e ariani, questa soluzione prevede la sottrazione diritti civili anche al cittadino italiano – paradossale, visto che gli xenofobi si presentano come i difensori dei diritti degli indigeni minacciati dalle invasioni barbariche.

Qualche conclusione

Proprio questo caso ci spinge ad una riflessione. Infatti, pur di negare un diritto ad un immigrato, alcuni si sono spinti a negare lo stesso diritto anche ai cittadini italiani. Crediamo si debba andare decisamente nella direzione opposta, ossia quella dell’attribuzione di diritti civili la più larga possibile. La consulta dei migranti, insieme alla creazione di una commissione apposita che ne costituisca il necessario complemento, è un passo nella giusta direzione: quella dell’integrazione attraverso un equo coinvolgimento nella rappresentanza politica. Questo è il nostro modello europeo, figlio della tolleranza e del cosmopolitismo illuminista: i diritti di cittadinanza vengono attribuiti sulla base non del sangue, dell’etnia o della cultura, ma sulla base del fatto di vivere in un paese: lavorarci, pagare le tasse, stringere legami sociali. Un modello opposto all’intolleranza e al conflitto etnico che altrove, anche sulla base di un frainteso e strumentalizzato diritto all’autodeterminazione, ha generato violenze, secessioni, guerre civili.

Francesco Galofaro – Consigliere di Quartiere al Savena e Commissario rapporti con le consulte e problematiche dell’immigrazione.

Dicembre 22, 2007

IL PROBLEMA CASA E LA DIFESA DEL TERRITORIO

Spesso nelle nostre analisi siamo vittime della “sindrome di frittole” cioè, come in un vecchio film di Benigni e Troisi, il nostro mondo inizia e finisce dentro il nostro piccolo giardino. La situazione abitativa a Bologna deve invece essere letta a seguito di un breve inquadramento più generale.

L’Italia è il paese europeo, ma non solo europeo, con il più alto numero di proprietari di abitazione. Questo fatto è dovuto a più motivi.

In passato l’unica politica sulla casa – quella che ha incentivato l’acquisto di case - è stata quella democristiana e non ha trovato né proposte alternative né una convinta opposizione a sinistra. Negli ultimi anni la crisi dei mercati finanziari ed il rientro di capitali dall’estero hanno accentuato questa tendenza. L’Italia, in virtù di tutti questi eventi, è così diventato un paese con una percentuale di edilizia pubblica molto inferiore alla media europea. Va da sè che con una percentuale di privato così alta la politica pubblica sulla casa non può che essere limitata. Oltre a tutte queste considerazioni va anche notato come si sia proceduto all’abolizione dell’equo canone, prima con i patti in deroga poi con la legge dell’allora governo D’Alema, senza avere un’idea forte di cosa fare. Infatti le azioni messe in campo da questa legge (431/98), canone concordato, fondo sociale per l’affitto si sono rivelate insufficienti.

Il primo tema su cui, anche a livello locale, occorre costruire una grande campagna di massa è proprio quello di un piano nazionale sulla casa, quindi un forte impegno del governo che deve investire di più, nonostante 500 milioni di euro, stanziati quest’anno su spinta del compagno (Ministro) Ferrero rappresentino un grande passo in avanti rispetto al vuoto del passato.

Queste sono le basi su cui si deve fondare una politica locale sulla casa. Questo però non ci deve portare a spostare il problema e pensare che ha livello locale non si possa fare niente per favorire le politiche per le case popolari.

Prima di entrare ne merito delle proposte che, a mio avviso, il nostro Partito dovrebbe fare proprie bisogna chiarire la situazione ed i problemi che vive oggi Bologna (intesa come area metropolitana e non come Comune). Problemi che per alcuni versi sono simili a quelli che vive il resto d’Italia e che invece per altri aspetti sono peculiarità della nostra provincia.

Qual è la situazione a Bologna? Come nel resto d’Italia tre sono le categorie sociali che più soffrono del problema casa:

  • giovani;

  • anziani;

  • migranti.

I giovani fino ad oltre trent’anni sono costretti a vivere in casa (e stanno ancora aspettando le scuse del Ministro Padoa Schioppa) ed entrano nel mercato con contratti precari, non hanno quindi le possibilità né di affittare un locale tanto meno di contrarre un mutuo. Inoltre nella nostra città è dirompente il problema degli affitti in nero legati all’Università. La verità è che a Bologna affittare case (anche solo due) permettere di vivere agiatamente.

Secondo problema, gli anziani. In questo caso il problema è diverso e riguarda a volte l’impossibilità di uscire di casa abitando in un appartamento al terzo piano senza ascensore oppure in una zona non servita dai mezzi pubblici. Quindi il problema non è sempre quello di avere una casa ma di avere un alloggio che risponda ai propri bisogni.

Infine, i migranti. Come i giovani pagano affitti in nero e sono vittime, anche loro, del precariato. Ricordiamoci che i migranti sono essenziali per la nostra economia e per il nostro tessuto produttivo. Ciò ci porta ad un grande paradosso: ad una grande flessibilità del mercato del lavoro corrisponde una grande rigidità del mercato della casa. I migranti sono anche quei lavoratori e lavoratrici italiani impegnati in opere pubbliche (come l’Alta Velocità) ma che non sono residenti a Bologna.

Cosa produce tutto ciò? La realtà ci dice che c’è una grande fascia di malessere. Gli alloggi E.R.P. da soli non bastano a rispondere neanche in parte al grave problema che colpisce la nostra società, solo alcuni casi estremi riescono a trovare una risposta (i più estremi fra gli estremi). Esempio concreto: a San Lazzaro 366 famiglie sono in graduatoria per l’edilizia pubblica ma le assegnazioni sono in media una ventina ogni anno. La stragrande maggioranza di queste famiglie (che hanno tutte i requisiti per fare la domanda per gli alloggi popolari) non avranno un’assegnazione. La sofferenza fra le classi più disagiate (i nostri referenti) è altissima. Ma non basta! Oggi assistiamo alla nascita ed alla crescita di una fascia, che possiamo definire grigia, che è troppo povera per il libero mercato (sia esso affitto od acquisto) ma paradossalmente è troppo ricca per accedere all’E.R.P.

Non è casuale che a Bologna siano calati gli sfratti ma non quelli per morosità che invece sono cresciuti, così come cresce il numero di famiglie che non riesce a pagare il mutuo (dinamica equivalente allo sfratto per morosità).

Tutti questi problemi si risolvono non genericamente con politiche per la casa ma con delle politiche concrete a favore dell’affitto. Il nostro punto di partenza è che la casa è un diritto, esattamente come il diritto ad essere curati se si sta male. Le politiche concrete di cui parlo devono permettere di rendere reale questo diritto.

Quali possono essere le politiche che concretamente possono produrre questi effetti?

Per sgombrare il campo da equivoci ritengo che il tema delle occupazioni vada chiarito per quello che è: il modo di accendere l’attenzione di tutta la società sul problema della casa. Le occupazioni, le requisizioni di alloggi sfitti possono essere proposte forti ma la vera domanda è: quali sono le politiche per calmierare il mercato degli affitti? Ridurre l’incidenza dell’affitto sul reddito vuole dire costruire politiche di redistribuzione. Questo, ricordiamocelo, è il ruolo degli enti locali, nel solco della migliore tradizione “dell’Emilia rossa”: ridistribuire la ricchezza.

Ecco, in breve, alcune proposte che non pretendo siano esaustive ma che vogliono rappresentare un contributo alla discussione.

  1. A.M.A. A Bologna da pochi mesi è nata l’Agenzia Metropolitana per l’Affitto (A.M.A.). Questo è uno strumento su cui il nostro Partito deve scommettere, anche se l’A.M.A. guarda non tanto alla fascia di maggior disagio ma alla “fascia grigia”. Infatti l’agenzia basa il suo intervento sul canone concordato, che è, come sappiamo, più basso di quello di mercato ma molto più alto dei canoni E.R.P. È però solo l’inizio. Dobbiamo credere maggiormente di quanto abbiamo fatto fino ad ora in questo tentativo, perché le potenzialità di sviluppo per il futuro sono grandi. Dobbiamo credere in quest’iniziativa anche perché l’agenzia per l’affitto è stato un cavallo di battaglia del nostro Partito a Bologna negli ultimi 15 anni. È ragionevole pensare che nei prossimi anni l’agenzia, se svilupperà il proprio lavoro con successo, potrà occuparsi anche delle grosse sacche di sofferenza della nostra società.

  2. Fondo sociale per l’Affitto. Il fondo sociale per l’affitto in Italia è a livelli molto bassi. Basti pensare che il fondo, nato ad imitazione di un analogo intervento americano, vede un investimento che, in termini assoluti, è pari a quello che negli Stati Uniti si spende per la sola campagna di comunicazione. I comuni e la Regione devono investire di più su questa voce di bilancio. Sono ben consapevole dei limiti che colpiscono i bilanci ma occorre trovare i fondi per costruire queste politiche (ad esempio aumentare l’I.C.I. sulla seconda casa e sulle case sfitte ed investire sulle politiche sociali è una politica di redistribuzione).

  3. Politiche urbanistiche. Il tema è di grande complessità, quindi mi limito ad alcune considerazioni generali. La difesa del territorio deve legarsi ad uno sviluppo che guardi alle classi deboli. Occorre costruire di più per l’affitto ed in particolare per l’affitto sociale. Questo non può essere fatto né risparmiando sulla qualità, né risparmiando sulla sicurezza dei lavoratori e delle lavoratrici. Questo perché non vogliamo che i poveri vivano in case fatiscenti, cosa che produrrebbe zona degradate e povere e zone ricche (stile USA). Nello stesso momento siamo ben consapevoli che l’edilizia è un settore in cui lo sfruttamento dei lavoratori (specialmente stranieri) è molto alta e, quindi, le misure di sicurezza molto basse. Sempre parlando di difesa del territorio mi preme sottolineare il tema delle modifiche legislative alle leggi regionali 20/00 e 19/98 sull’urbanistica e alla legge 24/01 sulla casa. In particolare andrà approfondito il tema dell’Edilizia Residenziale Sociale. Fondamentale sarà da parte della Regione costruire una forte integrazione fra queste leggi, che fino ad ora è mancata, e costruire regole che difendano il nostro territorio. Per concludere, la politica urbanista e, quindi, anche sociale nella nostra realtà non può essere lasciata alle cooperative (bianche o rosse che siano). Dobbiamo infine seriamente riflettere anche su quello che sarà il ruolo di A.C.E.R. (ex I.A.C.P.) e come A.C.E.R. potrà intervenire o meno nelle politiche a favore dell’affitto.

Gli obiettivi che perseguono queste proposte, che ripeto non sono esaustive, sono due:

  • aiutare le fasce più povere della popolazione (fondo per l’affitto, maggiori alloggi e.r.p.);

  • incidere sul libero mercato per produrre una riduzione dei costi delle case, in special modo per ciò che concerne l’affitto.

 

Marco Pondrelli

c.p.f. Bologna