Dicembre 22, 2007...2:48 pm

IL PROBLEMA CASA E LA DIFESA DEL TERRITORIO

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Spesso nelle nostre analisi siamo vittime della “sindrome di frittole” cioè, come in un vecchio film di Benigni e Troisi, il nostro mondo inizia e finisce dentro il nostro piccolo giardino. La situazione abitativa a Bologna deve invece essere letta a seguito di un breve inquadramento più generale.

L’Italia è il paese europeo, ma non solo europeo, con il più alto numero di proprietari di abitazione. Questo fatto è dovuto a più motivi.

In passato l’unica politica sulla casa – quella che ha incentivato l’acquisto di case – è stata quella democristiana e non ha trovato né proposte alternative né una convinta opposizione a sinistra. Negli ultimi anni la crisi dei mercati finanziari ed il rientro di capitali dall’estero hanno accentuato questa tendenza. L’Italia, in virtù di tutti questi eventi, è così diventato un paese con una percentuale di edilizia pubblica molto inferiore alla media europea. Va da sè che con una percentuale di privato così alta la politica pubblica sulla casa non può che essere limitata. Oltre a tutte queste considerazioni va anche notato come si sia proceduto all’abolizione dell’equo canone, prima con i patti in deroga poi con la legge dell’allora governo D’Alema, senza avere un’idea forte di cosa fare. Infatti le azioni messe in campo da questa legge (431/98), canone concordato, fondo sociale per l’affitto si sono rivelate insufficienti.

Il primo tema su cui, anche a livello locale, occorre costruire una grande campagna di massa è proprio quello di un piano nazionale sulla casa, quindi un forte impegno del governo che deve investire di più, nonostante 500 milioni di euro, stanziati quest’anno su spinta del compagno (Ministro) Ferrero rappresentino un grande passo in avanti rispetto al vuoto del passato.

Queste sono le basi su cui si deve fondare una politica locale sulla casa. Questo però non ci deve portare a spostare il problema e pensare che ha livello locale non si possa fare niente per favorire le politiche per le case popolari.

Prima di entrare ne merito delle proposte che, a mio avviso, il nostro Partito dovrebbe fare proprie bisogna chiarire la situazione ed i problemi che vive oggi Bologna (intesa come area metropolitana e non come Comune). Problemi che per alcuni versi sono simili a quelli che vive il resto d’Italia e che invece per altri aspetti sono peculiarità della nostra provincia.

Qual è la situazione a Bologna? Come nel resto d’Italia tre sono le categorie sociali che più soffrono del problema casa:

  • giovani;

  • anziani;

  • migranti.

I giovani fino ad oltre trent’anni sono costretti a vivere in casa (e stanno ancora aspettando le scuse del Ministro Padoa Schioppa) ed entrano nel mercato con contratti precari, non hanno quindi le possibilità né di affittare un locale tanto meno di contrarre un mutuo. Inoltre nella nostra città è dirompente il problema degli affitti in nero legati all’Università. La verità è che a Bologna affittare case (anche solo due) permettere di vivere agiatamente.

Secondo problema, gli anziani. In questo caso il problema è diverso e riguarda a volte l’impossibilità di uscire di casa abitando in un appartamento al terzo piano senza ascensore oppure in una zona non servita dai mezzi pubblici. Quindi il problema non è sempre quello di avere una casa ma di avere un alloggio che risponda ai propri bisogni.

Infine, i migranti. Come i giovani pagano affitti in nero e sono vittime, anche loro, del precariato. Ricordiamoci che i migranti sono essenziali per la nostra economia e per il nostro tessuto produttivo. Ciò ci porta ad un grande paradosso: ad una grande flessibilità del mercato del lavoro corrisponde una grande rigidità del mercato della casa. I migranti sono anche quei lavoratori e lavoratrici italiani impegnati in opere pubbliche (come l’Alta Velocità) ma che non sono residenti a Bologna.

Cosa produce tutto ciò? La realtà ci dice che c’è una grande fascia di malessere. Gli alloggi E.R.P. da soli non bastano a rispondere neanche in parte al grave problema che colpisce la nostra società, solo alcuni casi estremi riescono a trovare una risposta (i più estremi fra gli estremi). Esempio concreto: a San Lazzaro 366 famiglie sono in graduatoria per l’edilizia pubblica ma le assegnazioni sono in media una ventina ogni anno. La stragrande maggioranza di queste famiglie (che hanno tutte i requisiti per fare la domanda per gli alloggi popolari) non avranno un’assegnazione. La sofferenza fra le classi più disagiate (i nostri referenti) è altissima. Ma non basta! Oggi assistiamo alla nascita ed alla crescita di una fascia, che possiamo definire grigia, che è troppo povera per il libero mercato (sia esso affitto od acquisto) ma paradossalmente è troppo ricca per accedere all’E.R.P.

Non è casuale che a Bologna siano calati gli sfratti ma non quelli per morosità che invece sono cresciuti, così come cresce il numero di famiglie che non riesce a pagare il mutuo (dinamica equivalente allo sfratto per morosità).

Tutti questi problemi si risolvono non genericamente con politiche per la casa ma con delle politiche concrete a favore dell’affitto. Il nostro punto di partenza è che la casa è un diritto, esattamente come il diritto ad essere curati se si sta male. Le politiche concrete di cui parlo devono permettere di rendere reale questo diritto.

Quali possono essere le politiche che concretamente possono produrre questi effetti?

Per sgombrare il campo da equivoci ritengo che il tema delle occupazioni vada chiarito per quello che è: il modo di accendere l’attenzione di tutta la società sul problema della casa. Le occupazioni, le requisizioni di alloggi sfitti possono essere proposte forti ma la vera domanda è: quali sono le politiche per calmierare il mercato degli affitti? Ridurre l’incidenza dell’affitto sul reddito vuole dire costruire politiche di redistribuzione. Questo, ricordiamocelo, è il ruolo degli enti locali, nel solco della migliore tradizione “dell’Emilia rossa”: ridistribuire la ricchezza.

Ecco, in breve, alcune proposte che non pretendo siano esaustive ma che vogliono rappresentare un contributo alla discussione.

  1. A.M.A. A Bologna da pochi mesi è nata l’Agenzia Metropolitana per l’Affitto (A.M.A.). Questo è uno strumento su cui il nostro Partito deve scommettere, anche se l’A.M.A. guarda non tanto alla fascia di maggior disagio ma alla “fascia grigia”. Infatti l’agenzia basa il suo intervento sul canone concordato, che è, come sappiamo, più basso di quello di mercato ma molto più alto dei canoni E.R.P. È però solo l’inizio. Dobbiamo credere maggiormente di quanto abbiamo fatto fino ad ora in questo tentativo, perché le potenzialità di sviluppo per il futuro sono grandi. Dobbiamo credere in quest’iniziativa anche perché l’agenzia per l’affitto è stato un cavallo di battaglia del nostro Partito a Bologna negli ultimi 15 anni. È ragionevole pensare che nei prossimi anni l’agenzia, se svilupperà il proprio lavoro con successo, potrà occuparsi anche delle grosse sacche di sofferenza della nostra società.

  2. Fondo sociale per l’Affitto. Il fondo sociale per l’affitto in Italia è a livelli molto bassi. Basti pensare che il fondo, nato ad imitazione di un analogo intervento americano, vede un investimento che, in termini assoluti, è pari a quello che negli Stati Uniti si spende per la sola campagna di comunicazione. I comuni e la Regione devono investire di più su questa voce di bilancio. Sono ben consapevole dei limiti che colpiscono i bilanci ma occorre trovare i fondi per costruire queste politiche (ad esempio aumentare l’I.C.I. sulla seconda casa e sulle case sfitte ed investire sulle politiche sociali è una politica di redistribuzione).

  3. Politiche urbanistiche. Il tema è di grande complessità, quindi mi limito ad alcune considerazioni generali. La difesa del territorio deve legarsi ad uno sviluppo che guardi alle classi deboli. Occorre costruire di più per l’affitto ed in particolare per l’affitto sociale. Questo non può essere fatto né risparmiando sulla qualità, né risparmiando sulla sicurezza dei lavoratori e delle lavoratrici. Questo perché non vogliamo che i poveri vivano in case fatiscenti, cosa che produrrebbe zona degradate e povere e zone ricche (stile USA). Nello stesso momento siamo ben consapevoli che l’edilizia è un settore in cui lo sfruttamento dei lavoratori (specialmente stranieri) è molto alta e, quindi, le misure di sicurezza molto basse. Sempre parlando di difesa del territorio mi preme sottolineare il tema delle modifiche legislative alle leggi regionali 20/00 e 19/98 sull’urbanistica e alla legge 24/01 sulla casa. In particolare andrà approfondito il tema dell’Edilizia Residenziale Sociale. Fondamentale sarà da parte della Regione costruire una forte integrazione fra queste leggi, che fino ad ora è mancata, e costruire regole che difendano il nostro territorio. Per concludere, la politica urbanista e, quindi, anche sociale nella nostra realtà non può essere lasciata alle cooperative (bianche o rosse che siano). Dobbiamo infine seriamente riflettere anche su quello che sarà il ruolo di A.C.E.R. (ex I.A.C.P.) e come A.C.E.R. potrà intervenire o meno nelle politiche a favore dell’affitto.

Gli obiettivi che perseguono queste proposte, che ripeto non sono esaustive, sono due:

  • aiutare le fasce più povere della popolazione (fondo per l’affitto, maggiori alloggi e.r.p.);

  • incidere sul libero mercato per produrre una riduzione dei costi delle case, in special modo per ciò che concerne l’affitto.

 

Marco Pondrelli

c.p.f. Bologna

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