E’ un contributo che nasce da una posizione politica chiara che, in coerenza con le passate esperienze congressuali (tanto quella emendataria del V congresso, quanto quella, incardinata intorno al documento alternativo, del successivo congresso di Venezia), individua alcuni essenziali architravi argomentativi.
Il primo: vi è assoluta necessità che il processo di unità a sinistra non coincida con il superamento del Partito della Rifondazione Comunista. Da anni sosteniamo (e, a dire il vero, spesso siamo rimasti inascoltati) l’urgenza di avviare un confronto programmatico stringente con l’intero arco delle forze della sinistra. Per un motivo molto semplice: senza l’unità dei partiti progressisti e delle diverse soggettività della sinistra, in seno alla società e ai movimenti, non è pensabile difendere il lavoro e le classi subalterne dalla gigantesca offensiva padronale in atto.
Ma non esiste alcun automatismo in ragione del quale tale obiettiva necessità (il coordinamento permanente della sinistra d’alternativa) induca il venir meno dell’autonomia politica e organizzativa del nostro partito. Chi ci propone di seguire questa strada commette, a nostro avviso, due errori complementari: da un lato sarebbe responsabile dello spostamento a destra del quadro politico nazionale (la nascita di un nuovo partito non più comunista equivarrebbe senza dubbio allo slittamento della sinistra dentro la logica del bipolarismo e dell’alternanza); e dall’altro getterebbe a mare, sul piano dell’identità materiale e culturale, un patrimonio immenso e impagabile di valori e idealità. E’ per questi motivi – e non quindi per una visione nostalgica o feticistica delle identità e dei simboli – che la nostra componente vuole costruire rapporti, anche a Bologna, con tutti coloro i quali collocano in cima alle proprie priorità un tale obiettivo.
Il secondo architrave della nostra proposta politica guarda alla consultazione sul governo che, nelle prossime settimane, vedrà coinvolto tutto il partito.
Non più tardi di un mese fa il presidente della Camera, con una lunga intervista a Repubblica, ha dichiarato «fallito il progetto del governo» e di essere «già oltre l’esperienza dell’Unione». Sorvolando sul fatto che pochi giorni dopo lo stesso presidente della Camera ha rilasciato una nuova intervista nel corso della quale ha espresso giudizi diversi, salvo poi riaffermarli in occasioni ancora successive, e sorvolando sul fatto che egli era segretario del nostro partito quando il congresso di Venezia ratificò il nostro ingresso, senza programma e senza condizioni, nel governo e nell’Unione, risultano a tutti evidenti le difficoltà di questo esecutivo e, segnatamente, del nostro partito in rapporto ad esso.
Oggi, nella verifica con il governo, vanno fatte valere proprio le condizioni che – a Venezia – la maggioranza del partito rifiutò di anteporre alla definizione dell’accordo con l’allora Ulivo. Cioè a dire che, a fronte di un bilancio profondamente negativo del primo anno e mezzo di governo, in cui la distanza tra promesse elettorali e fatti è la cifra più drammatica della distanza tra l’operato dell’esecutivo e le ragioni del nostro popolo, vanno poste a Romano Prodi precise condizioni programmatiche, in mancanza della cui accettazione l’esperienza di Rifondazione Comunista al governo del Paese si dovrà ritenere conclusa. Noi, su di essa, vogliamo ancora investire e riteniamo – perché il ragionamento deve valere anche nel suo reciproco – che l’ottenimento di alcuni obiettivi programmatici avanzati possa realmente segnare una inversione di tendenza. Tuttavia non ci sfuggono le contraddizioni di un governo che, nel 2006, ha regalato a fondo perduto alle imprese 5 miliardi di euro (6,4 se consideriamo anche gli aiuti pubblici da restituire a rate): un governo che – come ha detto la Commissione europea – ha fatto dell’Italia il terzo paese più “generoso” nei confronti delle imprese dell’intera UE.
A cosa ci riferiamo quando parliamo di punti vincolanti? Innanzitutto alla questione salariale, e cioè a misure che difendano il potere d’acquisto dei salari e delle pensioni e che introducano misure automatiche di adeguamento degli stipendi all’inflazione. In secondo luogo alla precarietà, con strumenti legislativi che modifichino radicalmente la legge 30 e riconducano il tempo indeterminato alla normalità delle tipologie contrattuali. E poi, ancora, ad una diversa collocazione internazionale del nostro Paese: impedire la costruzione della nuova base militare di Vicenza e avviare una strategia d’uscita dall’Afghanistan sarebbero segnali evidenti di una svolta nell’azione del governo.
Questa posizione (che rifugge gli estremi, specularmente errati, di chi pretende un’uscita immediata dal governo – e considera la consultazione una perdita di tempo, oltre che un escamotage per sottrarre agli iscritti la possibilità di affrontare il congresso – e di chi, altrettanto pregiudizialmente, si ostina a ritenere percorribile a qualunque costo la strada del governo) ci pare stia acquisendo consenso anche a Bologna.
Facciamo notare che l’ultimo comitato politico federale (che ha approvato, sull’altro corno del ragionamento, un ordine del giorno che chiarisce inequivocabilmente l’opposizione del partito bolognese all’ipotesi di scioglimento del Prc) ha altresì votato un dispositivo che non chiede più, come il testo licenziato a maggioranza dalla precedente segreteria provinciale, l’uscita dal governo ma, esattamente, ciò che sin qui abbiamo scritto.
E’ un fatto estremamente interessante, sulla base del quale riteniamo di poter approfondire – senza interlocuzioni privilegiate – il confronto con tutte le sensibilità interne alla maggioranza che, su questi elementi, dovessero convenire con noi.
E arriviamo precisamente a Bologna, e alle scelte che ci attendono. La giunta Cofferati ha sin qui anticipato – come in più occasioni abbiamo detto – le politiche democratiche, con una modalità di amministrare spregiudicata (si pensi al confronto sulla sicurezza con Alleanza Nazionale, che ha corso il rischio addirittura di tradursi in un documento congiunto con i post-fascisti) e largamente insensibile agli elementi più caratterizzanti della nostra piattaforma programmatica (dalla casa ai servizi, dalla cultura agli spazi sociali, dalla legalità e sicurezza sul lavoro alle politiche giovanili). Per questo motivo non possiamo esimerci dall’intervenire attivamente nel confronto in corso sulle prossime elezioni amministrative. Noi vogliamo impostare la questione sulla base di due presupposti tra loro inscindibili: autonomia programmatica dal Pd (che, ci pare di capire, volge sempre più lo sguardo a ciò che si muove alla sua destra, come dimostrano i recenti apprezzamenti del segretario regionale Caronna alla lista civica di Guazzaloca e alle forze moderate della Cdl) e costruzione di un fronte ampio e unito della sinistra e dei movimenti. Il che significa che l’intero arco delle forze della sinistra, che sin da oggi dovrebbe discutere unitariamente di contenuti – e quindi di una carta programmatica comune -, non potrà rifiutare pregiudizialmente il dialogo con il centrosinistra bolognese (a maggior ragione se il candidato del partito democratico non fosse più Sergio Cofferati) ma dovrà agire, nei confronti di esso, con estrema onestà e limpidezza politica. Anche in questo caso, Rifondazione Comunista dovrà essere la spina dorsale di un’alleanza di sinistra pronta a convergere elettoralmente con i moderati soltanto nella misura in cui fossero assicurate condizioni di agibilità programmatica. Ma, qualora ciò non fosse possibile, dovrà essere pronta a correre separatamente. Bisogna prestare attenzione, però, a non invertire i fattori della discussione e cioè a non anteporre la scelta ultima al confronto sui contenuti. Il rischio, gravido di conseguenze letali, sarebbe l’isolamento di Rifondazione Comunista.
Cosa dice, su questo terreno, il partito (il suo gruppo dirigente, le strutture territoriali, le diverse articolazioni della maggioranza) a Bologna?
Simone Oggionni