di Cristiano Benetti, Irene Bregola, Filippo Carraro, Ludovico Cutaia, Gianfranco Fontanili, Biagio Giovannini, Paolo Gambuti, Cesare Mangianti, Simone Oggionni, Marco Pondrelli, Elisa Violante, Tonino Zanni *
su redazione del 02/02/2008
La caduta del governo Prodi non poggia su elementi di natura episodica. Non è, a nostro avviso, la semplice conseguenza delle vicende giudiziarie che hanno visti coinvolti i vertici, non solo campani, dell’Udeur.
La crisi e la caduta del governo Prodi hanno radice nel quadro di instabilità politica delineato dalla nascita del Partito democratico. Il Pd, lungi dall’assicurare stabilità e omogeneità alla coalizione di centrosinistra, si è rivelato il più profondo fattore di destabilizzazione dell’Unione: in sé (virando al centro – con la sua stessa nascita – l’asse politico di una coalizione che non era nata con tale prospettiva) e nella propria azione quotidiana. La gestione del confronto sulla legge elettorale è stata, da questo punto di vista, paradigmatica ed esiziale. Il Pd, invece di cercare un’intesa tra tutte le forze del centro-sinistra a partire da una bozza condivisa, ha avviato un confronto con Berlusconi e ha subordinato ad un accordo con il leader della Cdl (anche quando il venir meno dell’appoggio dell’Udeur rendeva evidente il venir meno della maggioranza politica al Senato) qualsiasi tentativo di confronto all’interno dell’Unione. Questo atteggiamento avventuristico ha provocato la caduta del governo Prodi.
Ad incidere sulla tenuta della coalizione non sono state però soltanto le manovre sulla legge elettorale. Ha agito, a monte, anche la sempre più profonda distanza, sul piano programmatico, tra le ragioni dei moderati e quelle della sinistra alternativa.
Su questo il nostro partito farebbe bene a riflettere. Soprattutto se consideriamo che su questo governo, sulla sua permeabilità alle istanze dei movimenti e sulla discontinuità con le politiche liberiste degli anni Novanta, il congresso di Venezia aveva investito molto, in termini di speranze e di credibilità dell’intero gruppo dirigente.
Il fallimento di quell’investimento, e quindi del cuore di quella proposta politica, è plasticamente rappresentato dalla affermazione che campeggiava sui nostri manifesti elettorali: “vuoi vedere che l’Italia cambia davvero”. Dopo venti mesi quella affermazione ha ricevuto una smentita che non ammette, purtroppo, replica. Sarebbe stato necessario, piuttosto, vincolare la nostra presenza al governo e nell’Unione all’accoglimento di alcuni punti programmatici qualificanti.
Il programma e i contenuti, allora come oggi, devono essere al centro delle nostre scelte politiche.
Per questo crediamo che sarebbe un grave errore appoggiare un governo (come si configura, nelle intenzioni, quello guidato da Franco Marini) allargato ad alcuni settori del centrodestra. Qualsiasi governo istituzionale e di transizione non potrebbe che fare peggio del governo Prodi e la nostra corresponsabilità provocherebbe un danno ulteriore nel rapporto con il nostro elettorato. Non vi è alcuna garanzia, infatti, che un governo di questo tipo si astenga dall’intervenire sulle scelte politiche ordinarie. Ma se anche così fosse (e se cioè si riuscissero a superare indenni – solo per fare qualche esempio – i rifinanziamenti delle missioni militari, la legge Finanziaria e il documento di programmazione economica), non è affatto detto che si riuscirebbe a dar luogo ad una riforma elettorale proporzionale, eventualmente sul modello tedesco. Ammesso che il Pd lo accettasse, posto che una parte dell’Unione non lo vuole e le forze della Cdl che lo vogliono non sono disposte a rompere con Berlusconi pur di votarlo, i numeri in Parlamento – ugualmente – non ci sarebbero.
Queste variabili inducono a pensare che, a breve, saranno sciolte le Camere e avrà inizio la campagna elettorale.
Il combinato disposto di due eventi oggettivi (la volontà del Pd di presentarsi da solo e una legge elettorale come quella attuale che, per le forze non coalizzate, prevede una soglia di sbarramento del 4% alla Camera e dell’8% al Senato) ci impone una scelta obbligata: il Prc e le altre forze della sinistra se vogliono mantenere una rappresentanza parlamentare devono – con questa legge elettorale – costruire una lista unitaria.
Noi lo auspichiamo, proponendo tre condizioni.
Dovrà essere realmente unitaria (vedere cioè il concorso di tutte e quattro le forze della sinistra); dovrà essere connessa ad un programma avanzato (a cui il nostro partito dovrà assicurare il proprio essenziale contributo); dovrà contenere – nel simbolo comune – anche i quattro simboli delle distinte forze politiche, in maniera tale da esplicitare il carattere elettorale e confederativo dell’impresa e non una volontà surrettizia di avviare, attraverso la lista unitaria, la costituzione di un nuovo partito della sinistra.
Riterremmo una tale ipotesi, non funzionale nemmeno alla costruzione di un vero processo unitario a sinistra, sbagliata. Le ragioni della rifondazione comunista (e cioè di un partito comunista con basi di massa, perno del conflitto sociale e protagonista di una prospettiva di radicale trasformazione della società capitalistica) non sono affatto esaurite, né per l’oggi né per il domani.
* comitato politico regionale PRC emilia romagna